Cani nello spazio, gatti sulle barche, distowestern e musical tumblrcore - il raccolto di gennaio 2025
Come iniziare l'anno piangendo spesso, ringraziando la tua faccia tosta e meravigliandosi davanti a film più vecchi di te.
Ci sono molti punti di inizio in un anno: c’è l’inizio della scuola a settembre, c’è il primo giorno di primavera, il giorno dopo il solstizio d’inverno, Imbolc, che si celebra oggi, che è quel giorno a metà tra l’inverno e la primavera in cui accendo una candela bianca e celebro il fatto di essere sopravvissuta a un altro gennaio.









Solo incidentalmente questo nuovo progetto nasce a gennaio, dal desiderio di tornare a scrivere in un posto che sia solo mio e di cercare le cuciture tra le storie che leggo, guardo, ascolto e gioco. Probabilmente vi ritroverete tra le mani una lista sconclusionata di film, libri, podcast e altre forme narrative. Altrettanto probabilmente questo progetto si evolverà in modi imprevisti; per il momento, come moltə di noi, sto solo cercando di capire come stare su internet nel modo meno (auto)distruttivo possibile (e se anche voi siete in questa spirale di autoanalisi, vi consiglio
È il 2025 e guardo per la prima volta Alien, ovviamente mi innamoro di Ellen Ripley
Tradizione amata e consolidata vuole che l’ultima notte dell’anno sia da passare sul divano di casa, con marito e cane (qua usato al plurale femminile: due cane), innumerevoli porzioni di cibo cinese da asporto e un film che tutto il mondo ha visto tranne me. È toccato ad Alien (1979, Ridley Scott, Dan O’Bannon, chevelodicoaffà), film che mi ha fatto ripetere svariate volte prima e dopo il brindisi di mezzanotte “ma perché non l’ho guardato prima”. Non mi soffermerò più di tanto, qua, perché credo che in quasi cinquant’anni di critica, se ne sia parlato abbastanza. Mi limito a segnalare che era da parecchio tempo che non mi succedeva di guardare un intero film (che peraltro dura comunque due ore) senza sbirciare neanche una volta lo schermo del cellulare, timorosa di perdermi qualcosa.
Instant Karma
Se l’anno cinematografico è iniziato alla grande, non altrettanto si può dire di quello letterario: nella disperata impresa di smaltire i file accumulati nel lettore ebook a colpi “ah ma dai questo è in offerta” decido di affrontare Rapture di Saint Harlowe, una pornovella che promette dark romance cannibale a sfondo religioso (che dire, già le premesse erano scricchiolanti) e che si rivela una mezza scena erotica decente con contorno di pessima fanfiction di Hannibal. Ben più soddisfazione a livello di mostri la dà Lisa Frankenstein (2024, Zelda Williams, Diablo Cody), rivisitazione supercamp della mia storia preferita, uno di quei film che non sai dove andrà a parare, che alza l’asticella dell’assurdo a ogni scena, ma lo fa con una tale strafottenza e con così tanti outfit anni ‘80 che dubito che Nosferatu (non l’ho ancora visto) possa piacermi anche la metà di quanto mi è piaciuto questo.
Sotto il segno del blallo
Un mese di personcine blalle, che forse hanno strisciato nel mio subconscio nel momento in cui ho scelto il colore di questo substack: sempre in maniera abbastanza random, in un pomeriggio bibliotecario ho letto Anna dai capelli verdi, che incidentalmente è quel tipo di titolo che potrebbero chiedere in biblioteca inventandosi una crasi tra Anna dai capelli rossi e Anna dei tetti verdi (che poi sono lo stesso libro). Si tratta invece di una graphic novel scritta da Micol Anna Beltramini e illustrata da Agnese Innocenti che trasporta la nostra ottimista Anna dalla Avonlea di un secolo fa alla Sardegna di oggi, mantenendo intatto il carattere gioioso e ciarliero della protagonista e le vicende della storia originale. Un po’ lo stesso esperimento che si trova in Wicked Part I (2024, Jon M. Chu, Winnie Holzman, Dana Fox), film tratto da un musical del 2003 tratto da un romanzo del 1995 che è ambientato nel mondo creato da Frank L. Baum nel 1900 (perchè tutte le storie che amiamo si portano dietro più Storia di quanto pensiamo). Mi ero ripromessa di guardarlo solo dopo aver letto il romanzo di Gregory Maguire, ma è andata così. Sarà che un paio di sere prima avevo iniziato a “vedere” un altro musical che mi ha fulminato sulla via di Broadway, ma ho trovato tutto troppo americano e le parti interessanti (sì, quelle sugli animali, sì, ho pianto ascoltando una capra con la voce di Peter Dinklage cantare) troppo poco incisive rispetto ai gorgheggi di GaH-linda (non odiavo così tanto un personaggio dai tempi di Briony Tallis).
“Soffrirai… ma ne sarai felice”
Hadestown (2016, Anaïs Mitchell) è la mia ossessione del mese (ma forse dell’anno, vedremo): un musical post-apocalittico sul mito di Orfeo ed Euridice che purtroppo non si trova neanche a pagamento in una versione migliore di questa
che ha la stessa qualità dei filmini delle recite di natale della mia infanzia. Le riprese traballanti e sfocate non sono certo bastate a farmi desistere dal guardarlo qualcosa come due volte di fila per poi passare ad ascoltare l’intera opera su Spotify così tanto da sognare le canzoni. Non so dire cosa mi abbia colpito di più, se l’atmosfera così tumblr blog 2014, il fatto di trovare per una volta la storia di Ade e Persefone trattata con quella profondità che li rende umani e non macchiette comiche o pornantasy, l’intensità di Orfeo nell’amare Euridice, la consapevolezza che a volte tutto l’amore possibile, da solo, non è abbastanza, o Euridice, bambina sperduta che cerca solo una casa e adesso smetto prima di mettermi di nuovo a piangere.
Scorrete lacrime disse il gattino
E invece no, visto che ormai l’atmosfera è lacrimosa ne approfitto per parlarvi anche dell’unico film visto al cinema questo mese: Flow (2024. Gints Zilbalodisk, Matīss Kaža) un lungometraggio di animazione candidato anche agli Oscar (dove perderà contro Inside Out 2 perché che palle) che ha il grandissimo pregio di usare il silenzio di raccontare una storia di animali non antropomorfi (anche se un pochino troppo umanamente intelligenti per essere credibili fino in fondo) raccolti in un’arca senza Noè che naviga attraverso un mondo d’acqua che non stentiamo a riconoscere come il nostro in un futuro più o meno prossimo. Oltre a farmi realizzare che probabilmente il mio vero animale totemico è il capibara, il film mi ha anche fatto sciogliere in lacrime sul finale, non che ci voglia molto a farmi sciogliere in lacrime, ecco, ma se cercate una storia che scardini i soliti concetti di eroe, missione, conflitto (sono sicura che a Ursula Le Guin sarebbe piaciuto molto), guardatevi questo.
Ho poi proceduto a piangere con altra finalità leggendo Laika, astronauta a quattro zampe di Jacopo Olivieri. Ora, sicuramente la colpa è mia che sono arrivata ad avere tre volte 11 anni prima di leggere attentamente la storia di Laika, ma fino a pochi nanosecondi prima della lettura degli ultimi capitoli di questo libricino che potete regalare alla discendenza delle persone che vi stanno molto antipatiche per regalare loro traumi a volontà, ero convinta che la morte della cagnetta più coraggiosa del mondo nello spazio fosse stata un incidente, una casualità. Triste, ma affrontabile.
E INVECE NO. Laika è stata mandata nello spazio (nella migliore delle ipotesi) a morire di fame e di sete una volta esaurite le provviste a bordo per soddisfare il cazzodurismo di Khrushchev. Segnatevelo, questa lettura è la mia villain origin story.
Retcon Giovanna D’arco
Oltre a piangere, ho pure passato un paio di giorni a lamentarmi per il libretto della Giovanna D’arco musicata da Giuseppe Verdi, opera che (con l’appagante regia di Emma Dante) ha inaugurato la stagione operistica di Parma. Il buon Temistocle Solera, infatti, fa qua opera ucronica immaginando che la Pulzella d'Orléans si salvi dal rogo per morire sul campo di battaglia, dopo aver assicurato la vittoria al suo amato Re di Francia. Non che mi aspetti chissà quale rappresentazione di agentività femminile da un’opera del 1845, ma vedere la figura di Giovanna D’Arco usata così, come recipiente per i sogni e le glorie del padre e del sovrano, salvata dalle accuse che l’hanno portata alla morte solo per permetterle di morire in maniera più, boh, dignitosa (?) dopo un duetto con Carlo che ha reso il tutto vicino a una versione highbrow di Moulin Rouge, non mi ha certo fatto gridare al capolavoro.
A me me piace ‘o western
Piacevole scoperta di questo mese invece è stata Outlawed di Anna North (tradotto in Italia da Valentina Ricci per astoria). Lieve, lievissima ucronia che si biforca dalla nostra linea temporale alla fine del XIX secolo quando una pandemia uccide gran parte della popolazione statunitense e lascia alle donne il gravoso compito di ripopolare la terra. Come da miglior tradizione, coloro che non riescono a portare a termine la loro primaria e unica funzione (figliare) vengono bollate come inutili, pericolose, streghe e cacciate dalla società. Non avrei mai pensato che una storia di frontiera con suore, cowboy (peraltro, qual’è la versione non binaria di cowboy? cowperson?), assalti alle banche e sceriffi potrebbe prendermi così tanto, ma nonostante la storia sia molto classica, sono arrivata alle ultime pagine col desiderio di poterne leggere ancora.
La cosa più bella e grande che ho fatto questo mese
Gennaio è iniziato con una presentazione di Electra, ultima (nel senso di più recente) opera di Violetta Bellocchio ed è continuato con una rilettura attenta de La festa nera in preparazione dell’intervista a Violetta che trovate nell’altro posto in cui mi trovate su substack
nonostante l’ansia da prestazione (lei non lo sa, ma Violetta Bellocchio durante una lezione di quasi esattamente dieci anni fa mi ha fatto scoprire il monologo della cool girl di Gone Girl e quella cosa ha alterato chimicamente il mio cervello) ne è uscita una chiacchierata molto interessante su cosa significhi esserci e sparire, e a cosa serve l’horror e a cosa serve immaginare il futuro.
Inoltre la mia ultima lettura del mese mi è stata proprio consigliata da Violetta (ma quanto è bello quando le storie arrivano nella tua vita attraverso strade inaspettate?) e per due giorni mi sono trovata invischiata nell’elaborazione del trauma del protagonista di Bad Movie Night, ovvero il creatore del canale youtube So Bad, So Good che come il nostro Yotobi (mi rendo conto che questo contenuto è fruibile al 100% solo da chi possiede una solida cultura millennial, ma del resto ogni volta che si scrive si scrive per una bolla e io qui voglio scrivere a quellə come me senza preoccuparmi troppo della comprensibilità) recensisce brutti film horror in chiave ironica. BMN è una novella che si diverte con la metanarrazione (al centro della storia c’è un film maledetto) e i tropi del classico film horror slasher ma lo fa scavando nella mente del protagonista attraverso una narrazione in seconda persona singolare che rende molto difficile staccarsi da quello che succede sullo schermo, sulla pagina, sullo schermo (non è un refuso).
Cosa mi aspetta a febbraio? Sicuramente vorrei vedere Nosferatu e tra le letture già in corso ci sono Mickey7 (soon to be a movie with Robert Pattinson). Nel frattempo gioco a Pokemon Scudo (ne parleremo, oh se ne parleremo) e mi preparo alla semana santa sanremese. Il raccolto torna a febbraio, ma ci sentiamo prima, che devo ancora parlarvi del Premio Italia.









Viva i nuovi progetti e viva i capibara! Che bello leggerti qui ❤️