Corpi, case a chiocciola e baffi performativi - il raccolto di marzo 2025
Dove, tra vampiri e case, si pongono le basi per le ossessioni dei prossimi mesi
Ho iniziato il mese con il corto che ha vinto l’Oscar, aka la cosa più di fantascienza che sia stata premiata dall’Academy da decenni: I’m not a robot è un minifilm (mi perdonino lə amicə cinefilə per questa definizione) olandese scritto e diretto da Victoria Warmerdam, che inizia col botto: una versione per piano e coro di voci angeliche di Creep e una donna che non riesce a superare l’ostacolo dei captcha per scaricare un aggiornamento sul suo pc e che scoprirà di essere un robot da compagnia, di proprietà del fidanzato.
Incidentalmente, la stessa trama (maschio bianco decide di costruirsi fidanzata androide perché è l’unico modo per non far scappare via la partner allo sventolare delle sue red flag) è anche la premessa di Companion, film del 2025 scritto e diretto da Drew Hancock. Slasher movie che attinge a piene mani dagli elementi del genere (non mancano la cabina isolata nel bosco, la scena di giovani che ballano prima che tutto finisca in un bagno di sangue, la metaforica pistola di Čechov che riconosci al primo sguardo), il film segue il risveglio e la liberazione di Iris, la ginoide protagonista, dal controllo del fidanzato/proprietario (in pratica è It Ends With Us con un reparto costumi più assennato e - spero - con meno tossicità sul set).
L’ho trovato poco filosofico e fin troppo reale (e lo considero un pregio), con il protagonista maschile ossessionato dall’avere una donna che si prenda cura di lui, consapevole di dover tenere sotto controllo (letteralmente, visto che tra le impostazioni della sua compagna c’è anche il "“livello di intelligenza”) la mente di Iris fino a trasformarla in un’automa senza volontà propria per riuscire a vincere una discussione con lei. Riflessione sul privilegio maschile che evita di lasciare l’amaro in bocca di film come Promising Young Woman (No, Emerald Fennell, non ti ho ancora perdonata)(cosa che invece succede in parte con I’m Not a Robot), l’ho trovato un divertente film sotto le due ore (mi meraviglio sempre quando succede) che non fa niente di diverso da quello che la letteratura speculativa femminista fa da un secolo o giù di lì: riappropriarsi dell’alterità e trovare connessioni tra soggettə sfruttatə per parlare della condizione femminile.
Per completare un’ideale trilogia delle relazioni cibernetiche, e prima di passare ai vampiri, ho poi guardato la cosa più fuori di testa di questo 2025 (finora, ma dubito di trovare di meglio nei prossimi mesi), ovvero la storia d’amore tra una boa e un satellite in un mondo che si è lasciato alle spalle quei piccoli esserini chiamati esseri umani, ma non le loro impronte digitali. Love me, scritto e diretto dagli esordienti Sam e Andy Zuchero, è un film che ha imparato benissimo la lezione del cinema pandemico, quando per fare un film potevi contare su due attori e una location, e infatti qua troviamo Kristen Stewart nei panni della boa, Steven Yeun in quelli del satellite e una casa dalla stupefacente pianta circolare che mi ha distratto per tutta la durata del film perché continuavo a pensare a Casa Lana di Ettore Sottsass che se come me avete problemi di astrazione non riuscirete a capire come sia fatta dall'‘immagine qua sotto ma credetemi, se capitate a Milano merita una visita.
Tornando al film: Love Me è un Eternal Sunshine of the Spottless Mind ai tempi delle intelligenze artificiali, una riflessione non sempre a pieno fuoco su cosa significhi essere umani (mentre molto più interessante è vedere rappresentata in un film la dualità della vita vissuta e della vita rappresentata sui social), la messa in scena del sogno segreto di tuttə lə millennial di poter stare in casa con la persona che amano, senza dover lavorare ma avendo tutti i soldi necessari per ristrutturare. Una storia d’amore tra una boa e un satellite, sì, che mi ha lasciato in lacrime (e che novità, eh?). Consigliato, se non altro perché è un film che sperimenta su temi e tecniche.
Dalla rom-co(s)m mi sono poi spostata nei territori vampirici, che come vedrete quando mi deciderò a scrivere il raccolto di aprile, hanno dominato le visioni del prossimo (scorso per me che scrivo) mese. Mi sono perciò sorbita con un misto di noia e insofferenza Nosferatu di Dave Eggers, regista che non suscita in me nessuna emozione se non, dopo la visione di questo film, il sollievo che abbia deciso di giocare con Dracula e non, come gli era venuto in mente a una certa, con Frankenstein.
Dirò poco perché su questo film sono stati versati più fiumi di inchiostro di quanto sangue si vede in scena: Nosferatu si va a inserire, insieme a Bram Stoker’s Dracula di Coppola, nell’onorata tradizione di film che funzionano meglio come pinterest board che come narrazioni audiovisive. Nosferatu “I am an appetite” e il suo baffo performativo sono come il tipello tossico che ti dice “ci stiamo solo divertendo, non innamorarti di me” sperando che tu ti innamori di lui per dare un boost al suo ego. Continuo a preferire Gary Oldman, scusate.
Per concludere con la settima arte e passare alle poche cose lette questo mese, mi sono guardata The Ballad of Songbirds & Snakes nonostante trovi veramente superfluo questo prequel. Uno degli aspetti che mi colpiscono delle trasposizioni cinematografiche della saga di Suzanne Collins è la cura per la resa delle canzoni che compaiono nei libri.
Ai tempi avevo amato The Hanging Tree e qua, con la protagonista che fa parte di una banda di musicisti, ho ritrovato le canzoni che avevo solo immaginato leggendone le parole portate in vita da Rachel Zegler, che è una perfetta Lucy Gray Baird. Nonostante anche in questo caso a muovere Collins sia stata l’urgenza di dimostrare come le scelte che prendiamo nella vita possano portarci su un sentiero sempre più inclinato verso il male e il potere e la prevaricazione, e nonostante il film sia coerente con il resto dell’universo cinematografico di HG, resta il capitolo della storia che ho preferito meno, perché dai, su, il Presidente Snow come villain funziona benissimo senza dargli dei motivi personali per odiare il distretto 12 e le giovani tribute che cantano The Hanging Tree. Comunque ne ho parlato ampiamente nel dispaccio di Reading Wildlife che trovate qua sotto, dove vi spoilero anche una delle letture di aprile: Sunrise on the Reaping
Sul fronte letture, marzo misero ma soddisfacente. Ho iniziato gustandomi con lentezza la sandrolettura di questo mese, il saggio di Esther Cross tradotto da Serena Bianchi e pubblicato da La Nuova Frontiera La donna che scrisse Frankenstein che ha il pregio di non voler essere un’ennesima biografia generica di Mary Shelley, ma di avere una visione, una storia da raccontare attraverso i corpi e i corpses che hanno costellato la vita di nostra signora della mostruosa progenie. Non è facile ormai trovare letture sull’argomento in grado di stimolarmi e darmi nuove informazioni, e questo saggio c’è riuscito, entrando di diritto nei miei booty 2025.
Per Fernweh detto finferli, gruppo di lettura dedicato al fantastico che co-gestisco insieme a
ho letto The Last of Us but make it parmense: Gordius. Vermi nel cuore di Massimiliano Niero è un duranteapocalittico zombie ambientato nella provincia di Parma. La storia fila liscia e non mancano i colpi di scena, tuttavia non posso perdonare all’autore di aver perso l’occasione di inserire più suini zombie nella sua storia, vista la regionalità dell’ambientazione.
Per concludere, che già stiamo in ritardo di un mese buono sull’uscita di questo raccolto, ho letto in poco più di una giornata Racconti di viaggiatori dal confine dei mondi di Vandana Singh, tradotto da Chiara Reali per Zona 42. In cinquanta pagine, l’autrice indiana ci sbatte in faccia la dura realtà che non importa se la storia che stai raccontando è già stata narrata centinaia di migliaia di volte dalla notte dei tempi, quelli che è importante è come la racconti.
E con questo vi saluto e vi do appuntamento al raccolto di aprile, dove parleremo ancora di case infestate con due novità editoriali e di vampiri con qualche recuperone cinematografico. Nel frattempo vi auguro buone letture; che le vostre pagine possano sempre essere flessibili al punto giusto e le batterie dei vostri reader sempre cariche.








