Un raccolto atipico, nonché l'ultimo
Ovvero del bisogno di non trasformare la fruizione di contenuti in creazione di contenuti
Mi piace fare le liste. Mi aiuta a svuotare il cervello. Sapere che quei pensieri di cose da fare stanno fermi su un foglio di carta mi fa sperare (non sempre succede) che smettano di ronzarmi in testa, che stiano abbastanza fermi da permettermi di addormentarmi, o di arrivare alla fine della giornata senza il loro costante borbottio.
Mi piacciono le liste, mi piace tenere traccia di quello che vedo, che leggo, che gioco, che ascolto. Da questo sono nati i caroselli su Instagram in cui raccoglievo le mie letture, da questo sono nati i raccolti qua su Substack.
Queste liste, però, questi resoconti, sono diventati rapidamente un obbligo più che un piacere. Poiché il mio lavoro è, in sostanza, creare contenuti, anche questo spazio non monetizzato, non eccessivamente pubblicizzato, che ho aperto nel tentativo di riappropriarmi della scrittura fuori dal lavoro, è diventato un luogo in cui creare contenuti con un calendario da rispettare e un format e una missione più grande delle mie energie: parlarvi di tutto quello che fruisco.
Perché, poi?
Sì, volevo un archivio, volevo un luogo da visitare alla fine dell’anno per rendere più agile il processo di selezione del booty (books of the year) ed eventualmente dei mooty, dei gooty, delle sooty (movies, games, series, insomma tutto un po’). Ma per quello, bastano una nota sul cellulare, o un analogico taccuino in cui segnare nomi e titoli.
Volevo parlarvi dei libri, i film, i podcast che mi entusiasmano, e sono finita a compilare lunghissimi elenchi di prodotti che mi sono piaciucchiati, su cui non avevo niente da dire, perché non è necessario avere sempre qualcosa da dire.
Mi sono resa conto di essere arrivata a non guardare un film, a non leggere un libro, perché già sapevo che non avrei avuto voglia di parlarne su Substack.
Mi sono resa conto, insomma, che stavo mettendo nella stessa cesta i frutti buoni, maturi, insieme a quelli acerbi, che avrebbero avuto bisogno di più tempo per maturare riflessioni sensati, e a quelli ormai non più buoni, che avrei fatto meglio a lasciare sull’albero, perché la natura li reclamasse.
Mi sono resa conto che le grafichette mi divertono, ma non quando diventano un ulteriore dovere dopo una settimana passata a creare.
Per fortuna, alla fine mi sono resa conto di poter ancora fare affidamento sul libero arbitrio e che nessun contratto mi obbliga a portare a termine questo format con la fine dell’anno (che liberazione, rispondersi “no, la finisco adesso” dopo settimane di “ma dai siamo a novembre, ormai tieni duro fino alla fine del 2025”).
Quindi, no, niente raccolto di ottobre, di novembre, o di dicembre. Niente più listoni che mi servono per rilanciare il substack di Reading Wildlife, niente pareri insipidi su prodotti di intrattenimento che mi hanno lasciata tiepida.
Le interviste, il podcast, il piano editoriale, la mail che arriva (quasi sempre) puntuale ogni venerdì, sono una parte del mio lavoro (e sono la parte che amo di più), ma qua, d’ora in poi, ci saranno solo entusiasmi (magari anche solo passeggeri), percorsi di lettura (e visione) che accompagnano le mie ricerche e le mie ossessioni, e il tentativo di vivere questa piattaforma come un luogo di dialogo, di comunione di idee e non di creazione di contenuti.
Non sarò costante, non sarò strutturata. A volte sarò silente, altre anche troppo rumorosa.
Sarò aperta alle idee e ai vostri commenti; se mi conoscete sapete quali sono gli argomenti di cui amo parlare, e magari qualcuno di questi piace anche a voi e vorreste saperne di più (per esempio, ho amato scrivere l’ultima newsletter su Frankenstein e devo ringraziare ancora Luisa per avermi chiesto consigli di lettura sul tema).
Sarò qui, e vorrei abituarmi ad aprire l’app di Substack prima di quelle degli altri social, al mattino, perché amo leggere le parole delle persone che seguo qua sopra.
Sarò in mutazione, nella speranza di rendere questo un luogo di pace e non di ulteriore ansia.
Ti ringrazio se deciderai di continuare a stare qua con me.



Dai cazzo!
Ho avuto pensieri simili nelle ultime settimane, su quanto rapidamente anche questo spazio sia diventato performativo. Quando dici che perdi la voglia di fruire di qualcosa perché non sapresti in che termini parlarne, ammetto che mi suona sinistramente familiare.
Allo stesso tempo, nel mio caso ho avuto anche una "pars construens" di questi pensieri, nella formula (all'incirca): per fortuna che c'è "caduto dal pero" che almeno mi spinge a leggere/vedere qualcosa, altrimenti starei abbandonato allo spleen tutto il tempo (l'ho fatto in passato).
Aneddoto curioso: oggi stavo preparando slide aggiuntive al post IG che faccio ogni volta che esce la nl, che anticipavano i contenuti del recap, ma poi ho deciso di non pubblicarle. Mi sono reso conto che sto alzando l'asticella della "cura" dei dettagli ogni volta che pubblico, per esempio mettendo i banner con i titoli tra un segmento di testo e un altro. Non voglio assecondare questa tendenza.